Mi scuso per la lunghezza, ho eliminato qualche descrizione per evitare che fosse interminabile. Meno di così non avrebbe avuto il giusto peso. Almeno per me.
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La caccia è una graffio primordiale che ogni essere umano custodisce ed esterna in modo diverso.
La caccia non è uno sport, ma neppure un hobby.
Essa è passione, viscerale e spasmodica, e come tale non ha riscontri logici, giacchè tutte le passioni, dal calcio alla fica, esistono in funzione di meccanismi inspiegabili quanto reconditi.
La massaia caccia il melone più succoso, a scapito della vecchietta lenta ed incerta, il fighetto di turno caccia la biondina dalle tette grandi, il laureato caccia il posto migliore, insomma, la caccia è competizione e
predazione, sia essa sociale o animalesca.
Ho iniziato ad armeggiare con le armi intorno ai 12 anni, sparando alle latte dei pelati, sistemate con nevrastenica precisione dal mio babbo, lungo i sentieri di campagna, fra le biforcazioni degli rami o appena visibili fra i cespugli.
Gradualmente sono passato ai bersagli mobili, dapprima seguendo il lento incedere dei corvi, poi il volo dei pipistrelli, uno sfarfallare irregolare ed assolutamente imprevedibile.
L'allenamento consisteva nel prevederne le evoluzioni e mantenere il ratto volante allineato con la tacca di mira, e questo senza sparare neppure una cartuccia.
Quindi, ultima tappa, ho esploso centinaia di colpi sui campi da tiro, rompendo piattelli e abbattendo lepri meccaniche. Mio padre, seppur fosse normale per un figlio di un cacciatore, non ha mai voluto che sparassi a nessun animale, questo finchè non avessi conseguito il porto d'armi ed il permesso di caccia.
Arriva l'agognato momento, una domenica settembrina di venti anni fa.
La sera prima eseguo il rituale controllo dell'arma, emozionato e fremente, lasciando ai piedi del letto lo zaino pronto e gli abiti da indossare la mattina, operazione da eseguire rigorosamente al buio, per mia madre un cacciatore rumoroso in famiglia era più che sufficiente.
Si parte alle 4, sulla jeep dell'amico Mario, con altri due amici ed il babbo; la macchina è carica all'inverosimile: zaini, fucili, e cartuccere, nonchè 4 cani allegri e scodinzolanti.
Arriviamo in zona di caccia che albeggia, l'aria è fredda e pungente, mentre il sole, ancora nascosto dalle vette più alte, pennella il cielo azzurro con lampi arancioni.
L'alba in alta montagna ha un fascino particolare, affascinante: la valle resta nell'ombra a lungo, finchè il sole, spuntando dalla cima, inizia ad illuminarla lentamente, come i fari di un auto nella notte, sciogliendone il grigiore e mostrando colori fantastici da scaldare col suo dolce tepore.
Mi vesto nervosamente, ed iniziamo la risalita, attraversando un'enorme pineta di larici. La zona da battere è sita più in alto, la caccia è sudore e fatica, specialmente in montagna - Dovrai guadagnarti la tua prima preda, giovanotto! - dicono gli amici ridacchiando.
Mio padre resta alle mie spalle, per controllare se mantengo la posizione di sicurezza - dice lui- Io sono certo che tema un'involontaria fucilata nella schiena.
Siamo a caccia di galli forcelli, ovvero il fagiano di montagna. Una macchina infernale, costruito per picchiate velocissime e repentine, handicappato per colore e quindi fornito di grande stretegie di fuga, un vero "Rommel" volante.
Una squadra di cacciatori, poco più in alto, disturba la quiete di un grande maschio, che si tuffa, con le ali serrate, dentro il canalone, picchiando deciso nella mia direzione.
Imbraccio il fucile, il cuore pulsa maledettamente forte, lo stesso dannato groppo allo stomaco degli innamorati - Gigi stai calmo, libera la mente da ogni pensiero - E' il mio film, ho aspettato vent'anni questo momento, non sbaglierò, quel fagiano sarà la mia prima preda.
Lo sento fischiare tanto è veloce, è quasi a tiro, adesso lo vedo nitidamente.
Mio padre poggia la sua mano sulla canna del fucile, spingendo verso il basso, un movimento inesorabile e deciso che non riesco a contrastare.
"Ma che cazz....pà??"
Mi guarda dritto negli occhi, e sorride: " Domani.....lo prenderai domani. Oggi guardalo volare."
Il fagiano mi sfila davanti, elegante nel suo smoking nero e sicuro di se. Lo guardo aprire le ali e tuffarsi nei rododendri, per poi sparire alla mia vista.
Questa è la caccia vera, emozionante, esercitata nel massimo rispetto verso quegli animali che morranno per un tuo capriccio.
Nulla è fine a stesso, nulla è scritto, la morte non sarà gratuita, necessaria nè predeterminata. L'uomo col fucile ha un grande potere, che dovrà essere domato e governato da una mente libera da inutili quanto barbariche uccisioni.
Allora, e soltanto allora, sentirai che
l'odore della morte è un profumo, quello del coccio che ospiterà la tua preda, è calore, quello della famiglia e degli amici che mangeranno al tuo tavolo, ed è saggezza, nell'onorare l'animale che ti sfamerà, servendolo nel migliore dei modi.
Ho sempre cacciato in compagnia di persone più anziane di me. I giovani d'oggi, tranne rare eccezioni, capiscono ben poco, preferiscono un grasso carniere ad una giornata lenta e piena di grandi valori.
La scorsa settimana, complice sua moglie, porto a caccia l'amico Mario. Ormai 70enne, non esce di casa da mesi, minato nel fisico da un brutto trapianto e altre amenità sui generis, compresa un'orribile cecità progressiva.
E' stato un grande cacciatore, di classe superiore, mai visto sbagliare un colpo. Preciso ed inesorabile, resistente ed in grado di reggere la compagnia di un ragazzo più giovane di lui di un sacco di anni.
Iniziamo verso le 8, non c'è fretta, vorrei che avesse una giornata memorabile. Si stanca rapidamente, dopo aver perlustrato un paio di stoppie e un piccolo bosco lo vedo provato, nonostante elargisca, in stoico silenzio, un sacco di sorrisi.
Ci sediamo sotto una grande quercia, ai bordi di una piccola radura. Dal tascapane spunta un salame, del pane, un pezzo di formaggio e l'immancabile fiasco di vino, se sua moglie sapesse cosa ho preparato per colazione mi ucciderebbe, tutto rigorosamente vietato.
Ma vaffanculo, meglio morire oggi che vivere 100 anni a brodo e pappette del cazzo, vero amico mio?
Mangiamo, ricordiamo i vecchi tempi, lui ride spesso, narrando episodi ed aneddotti ormai sbiaditi e corrosi da perderne i contorni.
Terminata la colazione mi alzo, e lo vedo pallido. Soffre, in silenzio.
"Senti Mario, resta qui. Io faccio il giro largo, questo è un posto magnifico, se ci sono fagiani te li spingo in bocca."
Lui accetta, e si siede nuovamente.
Riparto da solo, il cane davanti con muso ben piantato a terra, sembra quasi che abbia rinnovato il suo impegno, raddoppiandolo. Dopo una ventina di minuti, sulla strada del ritorno, attraversiamo un piccolo campo incolto, con l'erba decisamente alta. Il cane è irrequieto, annusa qualcosa ma non riesce a fermalo, lo incito nel proseguire, forse è la volta buona.
I fagiani, 5 polli del cazzo lanciati da poco da qualche associazione venatoria, escono dall'erba, e senza volare, corrono in fila indiana verso la radura. Trattengo appena il cane, non vorrei che li facesse volare, potrebbero cambiare direzione.
Sono a circa 70 metri da Mario e mi fermo, osserverò la scena da lontano lasciandolo spararei in tutta tranquillità, è ancora capace di prenderli tutti.
Li sente arrivare, il primo maschio sfoggia la stupidità delle galline, e canta felice. Lui si alza, imbraccia il fucile, li punta, ma non spara. I fagiani gli passano così vicini che potrebbe prenderli a calci nel culo, invece resta impassibile.
Parto di corsa verso di lui -ma che cazzo fai? - e poi, la folgorazione, mi torna in mente l'insegnamento di mio padre, capisco e rallento, arrivando al suo fianco.
"Allora?"
"Niente gigi, non è passato niente." La sua voce non tradisce nulla, ed io non ho intenzione di chiedere altro.
Saliamo in macchina, è sceso uno strano silenzio, greve di emozioni, di vita e ricordi che non torneranno mai più.
Mentre guido lo guardo di soppiatto, ha gli occhi gonfi di lacrime, ma si trattiene. Da grand'uomo qual'è, lascia esplodere dentro di se quel pianto doloroso che sarebbe liberatorio.
Arriviamo sotto casa, lo aiuto a scendere e gli porgo fucile e cartuccera. Lui, guardandomi con serenità dice: " oggi è stata la mia ultima cacciata, non verrò mai più."
Poi, col portamento e la fierezza dei grandi guerrieri Masai, mi abbraccia strettissimo, gira su stesso e attraversa la strada, per sparire nel portone di casa.
Questa è la caccia che amo.
Queste sono le persone che mi hanno fatto crescere più in fretta degli altri.
Queste sono persone che meritano l'appellativo di UOMO.
Questi saranno gli insegnamenti che trasmetterò a mio figlio, perchè sia un uomo vero in questo mondo merdoso e lercio, dove l'apparire, ahimè, conta sempre più dell'essere.
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Dedico questo post all'Amico Mario, agli anticaccia ed alle persone sensibili.
Libertà di commento anche ai contrari, chiedo semplicemente educazione e rispetto.